Baraka, di Ron Fricke: lo spettacolo imperituro della varietà della vita

Ovvero: quando non servono parole per descrivere quello che la vita offre e la forza delle differenze

Tenendo fede a quello che è lo spirito di questo spazio, con questo nuovo articolo voglio parlare di un regista e due sue opere. Non si può, per questo autore, parlare di un solo film in quanto le sue migliori realizzazione sono frutto di un percorso ben preciso.

Il regista è Ron Fricke e i film sono Baraka (1992) e Samsara (20011).

Per il momento è Baraka quello che ci interessa.

Fricke è stato direttore della fotografia per Koyaanisqatsi (1982) di Godfrey Reggio, oltre che di uno degli episodi di Guerre Stellari. È stata l’esperienza con Reggio, a detta dello stesso fotografo, a segnarlo stilisticamente. Sono diversi i punti di contatto tra Baraka e il documentario di Reggio, pur mancando nell’opera di Fricke il mordente esplicitamente critico verso la società contemporanea.

Descrivere Baraka non è semplice. Non esiste una vera e propria trama, non ci sono dialoghi, non ci sono protagonisti. Insomma nulla che possa farlo rientrare nella categoria dei film tradizionali. Quindi quello che si potrebbe chiamare l’impianto narrativo, non è convenzionale.

Questo ne permette interpretazioni varie e variegate. Sono molte le cose che colpiscono di questo docufilm, come molteplici sono i piani di lettura. Il primo aspetto, immediato per qualsiasi spettatore, è puramente estetico. Non potrebbe essere essere diversamente.

La perfezione delle immagini, fin dai primissimi fotogrammi, è stupefacente. La loro qualità fotografica, intesa in senso ampio, inquadratura, taglio, profondità, colori, e sviluppo, è incredibile ed è permanente per tutto il film. Esiste un motivo per questa perfezione ed è, anche, di tipo tecnico.

Fricke ha deciso di girare il lungometraggio non con il classico 35mm ma con il meno utilizzato, ma più performante, 70mm. Maestro di questo tipo di pellicola è stato Stanley Kubrick che l’ha utilizzata per 2001: Odissea nello spazio. Altra tecnica che l’autore padroneggia è il time lapse, anche questo messa in pratica in più sequenze.

Appagati dalla resa visiva di ciò che scorre sullo schermo, ci si può concentrare sul suo significato. E qui entra in gioco, da una parte, ciò che il regista ha voluto esprimere, dall’altra la sensibilità, la cultura e la spiritualità dello spettatore.

Se il messaggio del regista, a sua detta, è il rapporto dell’umanità con l’eterno, e in più punti di Baraka ben si evince, ciò che lo spettatore riesce a cogliere è molto più di questo. Frincke riesce a creare una sorta di trama che altro non è che la vita ripresa in tempo reale.

Baraka è uno sguardo che, da un lato, mostra l’incanto della natura, dall’altro, la totale alienazione dell’uomo, alienazione autodistruttiva. La scelta delle sequenze, il montaggio, il legame tra le immagini e i suoni delle culture lontane aiutano lo spettatore ad aprire i propri sensi e la propria coscienza per andare oltre ciò che sta osservando.

Malgrado la critica di fondo sia implicitamente presente, la posizione di Fricke non ci pone come giudici quanto come ‘dubitatori’ di noi stessi. Ciò che passa sullo schermo non è il disgusto della condizione umana di adesso, ma la possibilità di immergersi nell’intima quotidianità di altre società a noi parallele.

Non c’è una scelta fra quale sia la migliore, bensì una equa proposizione di ambienti naturali e di ambienti comunitari svariati. E’ la componente atavica e ancestrale che smuove la nostra coscienza, non la critica a noi stessi.

Facendo un paragone con qualche lezione filosofica potremmo dire che è una concezione di non opposizione a ciò che già esiste, bensì di proposta di una nuova serena via per il quieto vivere di tutto ciò che esiste. Ed è questa sintesi che fa di Baraka un’opera magistrale a tutti gli effetti.

Se non ci sono dialoghi, assume un’importanza fondamentale la colonna sonora che per l’occasione fu scritta da Philip Glass, già autore delle musica della trilogia di Reggio. La musica, solo strumentale, segue parallelamente le immagini ampliandone la potenza e la forza evocativa e così regalando allo spettatore un’esperienza davvero coinvolgente.

In definitiva, Baraka è un film da vedere, per tutti, professionisti, amatori e semplici appassionati. Una pellicola da gustare a luci spente, possibilmente con le cuffie, lasciando la mente libera di immergersi completamente nella sequenza delle immagini e sui sentieri delle proprie elucubrazioni.

Dopo Baraka, come sequel, Fricke ha girato Samsara, una sorta di aggiornamento di cui, però si parlerà un’altra volta.

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