Rompere gli schemi, uno schema da rompere

Sempre si è discusso, e si continuerà a farlo, in arte come in altri ambiti ad essa affini, di rottura degli schemi, infrazione di regole, sovversione del conosciuto. Questo a parole. Nei fatti le cose stanno un po’ diversamente. Partiamo dalla base, ossia dal concetto di rottura degli schemi.

Cosa significa? Effettuare una sorta di crossover stilistico per cui gli schemi non propriamente collegati ad un determinato contesto entrano a farne parte mutandone l’andamento? Oppure semplicemente non far caso se certe realizzazioni rispettano o meno certi canoni? Si è sempre detto che è andato avanti chi ha avuto il coraggio di osare, di infrangere le regole.

Ma all’atto pratico, cose deve fare una persona per infrangere le regole? Quando si dice che tizio ha infranto le regole dell’architettura portando questa a fare enormi passi avanti, cosa è successo?

Quando si dice che Picasso ha portato avanti la pittura rompendo gli schemi, cosa si intende? E in fotografia? Quando si dice che Man Rey ha tirato una pietra nella vetrina della fotografia da salotto, cosa ha fatto? Non si ha l’arroganza di voler dare una riposta, cosa piuttosto difficile per una sola persona visti i diversi sistemi culturali coinvolti.

Si può tentare, tuttavia, di trovare un filo conduttore che possa rientrare nello schema del rompere gli schemi. Alla fin dei conti ogni volta che si è trattato di infrangere regole è successo che quelle in vigore fino a quel momento, sono state volontariamente dimenticate, se così si vuol dire anche se non è del tutto corretto, per fare spazi a nuove visioni.

Visioni per folli e di folli. Sguardi che ai contemporanei sono apparsi come deliri, insubordinazioni. Eppure sono esattamente quelle rotture che hanno fatto crescere, in qualsiasi contesto. Ma, chi si prende il rischio di un così grande sovvertimento? Chi davvero ha il coraggio di prendere le regole attuali e gettarle ai porci per dare spazio ad un nuovo concetto? Quasi nessuno. A nessuno piace l’idea di essere considerato così tanto diverso, fuori contesto, postumo e di pagare il carissimo prezzo che questo può comportare.

Chi rompe gli schemi, chi rompe la borghese quiete provinciale, viene subito additato come fanatico, eretico, analfabeta, e chi ne ha più ne metta. Resta, poi che chi tanto urla alla banalità, alla distruzione degli schemi, rimane il primo a seguirli, ad esserne schiavo e a giustificarne la necessità.

In maniera ristretta parliamo solo di ambito fotografico. Chi ha il coraggio di Man Rey, di Natchwey, della Arbus, di Lupercio o di Toscani? E non si tratta solo di riuscire a far passare un proprio stile. No, si tratta proprio di cambiare la visione degli scatti, del modo in cui possono essere intesi e interpretati. Oggi come oggi si cercano delle foto perfette che rispondano a perfetti canoni, a perfetti schemi, a perfetti sequenze.

Ma chi le ha imposte queste regole? Il mercato? Il senso estetico, il senso narrativo? Per fortuna ci sono esempi di chi ha avuto il coraggio di andare ben oltre anche le regole più basilari del comunicare, come la punteggiatura, arrivando ad essere additato come genio. Eppure ai suoi tempi era un folle, un eretico, un pazzo miscredente.

Tuttavia se non ci fosse stato la letteratura non si sarebbe mossa come si è mossa. Idem in altri settori. Oggi siamo per la maggior parte troppo occupati ad effettuare un servizio che segua determinate regole per essere accattivante, per essere venduto, per poter essere interessante. E nessuno, primi tra tutti quelli che dicono che le regole vanno infrante, si prende la responsabilità di cambiare le cose.

Nessuno si osa di andare oltre lo schema National Geographic, pena la non possibilità di pubblicare su quelle pagine. E la domanda nasce spontanea: fotografo per il committente, per l’agenzia, o, per primo, fotografo per un mio bisogno personale, per raccontate storie attraverso le immagini. Oppure semplicemente manca la preparazione adeguata per poter prendere gli scemi e buttarli dalla finestra? Ma forse questo resta solo un banale discorso retorico che non arriverà mai ad una conclusione. O, ancora, questo è solo un concetto astratto di cui si riempiono la bocca pseudo critici, sedicenti intellettuali, provetti editor.

In conclusione la ricerca e la rottura degli schemi sono sempre ottime situazioni. Quello che resta da capire è perché deve essere uno schema sempre interpretato e mai bidirezionale. se fosse bidirezionale ci sarebbe un maggior colloquio tra le parti e una maggior conoscenza degli autori che aiuterebbe a concepire l’opera.

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