“La fotografia è una ferita aperta sulla storia, altrimenti non è niente”

Prendendo spunto da La fotografia in rivolta di Pino Bertelli, qualche riflessione sul significato degli scatti e del perché si scatta

… i fotografi che restano […] fanno fotografia non solo per suscitare passioni, ma per provarle… non abbiamo mai creduto ai ‘grandi fotografi’, ma a quelli straordinarti… randagi d’ogni frontiera, che non hanno mai temuto di screditare l’ordine costituito”.


… la fotografia può essere il linguaggio del disinganno e attraverso la de spettacolarizzazione della sofferenza e dell’ingiustizia, sollevare i sentimenti nobili della disobbedienza civile… la fotografia non si insegna, come la fierezza, si trova nella strada“.


La fotografia si ascolta non si legge o, tantomeno, s’insegna… la fotografia è una ferita aperta sulla storia, altrimenti non è niente, è solo il lato consolatorio o la forca della fabbricazione di esistenze banalizzate! La fotograqfia deve frugare nelle ferite, dev’essere un pericolo non una consolazione…il bello sta nell’imperfezione dell’immaginale che inventa il vero, il giusto e s’intreccia al bene comune”.

Il fanatismo dell fotografia dominante è francamente impietoso…una roba da malati mentali… è davvero terribile che un fotografo riesca a diventare celebre!

Gli tocca passare per le riviste di moda, i ritratti delle star del cinema o della televisione o del giornalismo, peggio ancora andare in qualche guerra a fotografare bambini uccisi o mutilati dalle bombe intelligenti delle democrazie consumeriste… se non capita, poco male… c’è sempre una donna stuprata dai soldati, un vecchio accecato dalle esplosioni al fosforo o un bel genocidio da fotografare in colori folgoranti, pronto apposta per incassare un premio del Wordl press Photo. Essere contro i rituali della fotografia significa stare dalla parte degli ultimi, degli esclusi, degli oppressi e fare della propria vita un’opera d’arte“.


(Pino Bertelli, La fotografia in rivolta, Edizioni Interno4 gennaio 2019, pag 30 e seguenti).


Queste affermazioni di Bertelli sono come un intervento a gamba tesa nel mondo della fotografia di oggi. E non solo nei confronti di chi la fotografia la fa, ma anche, e forse maggiormente, da parte di chi ne usufruisce come merce.


Le fotografia è, inannzitutto, vita vissuta. Se non si ha nulla da raccontare di sè stessi difficilmente si troveranno storie di altri da raccontare.

Vuol semplicemente dire aver vissuto, sapere cosa significa scegliere e picchiare la testa contro muri che vanno oltre il nostro controllo, ostacoli inattesi che si appostano appena dietro l’angolo e ci fanno inciampare, cadere, che tirano addosso macigni apparentemente inamovibili ma che alla fine, come sempre, riusciremo a spostare. Se il fotografo non ha dentro questo, non ha una determinata sensibilità, difficilmente si riuscirà a fare fotografia che vada al di là del mercimonio, come dice l’autore.

Tutto questo non si insegna e non si impara. O si ha o non si ha. Non si può fingere, non si può dissimulare. Nel farlo si inganna se stessi e, soprattutto, il soggetto. La fotografia è e deve essere un’arma, una sindone di quello che il mondo è.

De-spettacolrizza la sofferenza per restituirla come specchio di una società che non si vuole vedere per quello che è davvero. Togliere la patina di superficialità, il piglio da super eroe che altro non fa se non seguire un percorso già tracciato e asservito. Che poi il non volersi vedere per quello che si è davvero non significa per forza far prevalere i lati disturbati e disturbanti.

Significa solo accettare la complessità di una società in continua evoluzione, non monodirezionale. Una vita di cui fanno parte cose belle, cose meno belle o decisamente brutte.
Altro spunto interessante di Bertelli è l’essere contro i rituali della fotografia. La fotografia non è il soggetto, è il racconto.

L’estetica, la ricerca del bello anche nelle situazioni peggiori, non ha nessun senso se fine a se stessa. Ne acquista invece se diventa mezzo per rompere schemi e sicurezze. Deve essere un sasso nella candida vetrata della serena e fragilissima vita borghese, abitudinaria e schematica che la società spesso impone.

La fotografia deve essere una ferita aperta, sanguinante, sul corpo sociale e individuale. Un pugno in faccia alla tranquillità sedata dalla inattività intesa come chiusura alla solidarietà. Uomo animale sociale non soltanto nel senso di contesto, quanto, e soprattutto, nel senso di condivisione. Nessuna vita è solo bianca o nera, perfetta o del tutto disastrosa.

Solitamente le vite sono sempre un mix delle due cose. Se non si vuol capire questo mai si avrà la sensibilità per capire la fotografia e l’arte in genere. Ed è una questione si sensibilità più che di cultura intesa come nozione. Si potrebbe dire che, alle volte, è solo una questione di volontà il voler uscire da una visione merciologico e scontata della fotografia. Percorso lungo, difficile, ma non impossibile, se solo si vuole.

(In copertina James Nachtwey)

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