Scuole di giornalismo, quello che insegnano, e quello che possono non insegnare

Ovvero: non tutto può passare attraverso libri e stage

Facciamo una dovuta e doverosa premessa: le scuole di giornalismo possono servire. Insegnano tante cose buone che diversamente sarebbe difficile imparare a meno di qualche anno di gavetta in una testata e l’esame per diventare professionista.

Detto ciò ci sono anche delle cose che non insegnano e che, chi ci lavora, sa bene. Una di queste è il fiuto giornalistico. Di cosa si tratta. Non esiste una definizione di fiuto giornalistico, ma si può provare a spiegarlo.

E’ un po’ il nocciolo del discorso tra Robbin Williams e Matt Demon in Will hunting:

Se ti chiedessi sull’arte probabilmente mi citeresti tutti i libri sull’arte mai scritti. Michelangelo: sai tante cose su di lui, le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero?

Ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella cappella Sistina, non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto, mai visto. Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio delle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta. Ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. Sei uno tosto.


E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia “ancora una volta sulla breccia cari amici”, ma non ne hai mai sfiorata una, non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l’ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto.

Monologo al parco, Will Hunting – Genio ribelle

Il fiuto, io, l’ho conosciuto nel corso del mio primo anno di collaborazione con il mio primo giornale.

Mi fu assegnato un servizio per il quale avrei dovuto indagare sulle motivazioni dei ritardi dei pagamenti degli affitti nelle case popolari. Mi recai nel quartiere indicatomi e iniziai a suonare ai campanelli delle famiglie segnate in elenco. Allora non c’era tutta la confusione che c’è oggi sulla privacy.

Il fine del servizio era evidenziare la presenza di situazioni socio economiche difficili all’interno della città. Il mancato pagamento dell’affitto era solo lo spunto. Dopo le prime tre o quattro interviste ne capitò una che fece cambiare la linea guida assegnatami.

Il signore che intervistai non solo mi spiegò come mai si trovasse in ritardo con la pigione, ma mi fece vedere anche le condizioni in cui versava il suo appartamento. Macchie di umidità ovunque, acqua che scolava dal soffitto, crepe in cucina e camera da letto, un lampadario caduto due giorni prima.

Aveva segnalato le criticità alle autorità competenti più di una volta, ma senza successo. E come la sua c’erano molte altre situazioni che mi indicò. In quegli anni i cellulari non erano molto diffusi quindi rientrai in redazione di corsa spiegando la situazione al direttore.

Subito mi disse di lasciar perdere gli affitti e seguire le indicazioni di quella che era diventata la mia fonte. Alla fine di quella che divenne una serie di servizi e il mio primo reportage, il medesimo direttore mi disse di avere avuto fiuto nel riconoscere una situazione maggiormente degna di nota rispetto a quella di partenza.

E questa fu solo la prima volta. Ce ne furono altre ormai la cosa era assodata. Avevo fiuto. Il punto è che nessuno mi aveva insegnato nulla. Nessuno mi aveva spiegato. Se fossi stato più ligio o senza fiuto, avrei soprasseduto sulla situazione inglobandola solo nell’articolo. Ora, si può avere fiuto in diversi ambiti e per differenti situazioni.

C’è chi ce l’ha per i fatti di cronaca magari riuscendo ad intuire cosa potrà accadere a seguito di un determinato avvenimento. In fotografia questo fiuto permette di riuscire ad anticipare l’evoluzione dei fatti e posizionarsi preventivamente dove l’azione di svolgerà.

Questa è una grande lezione che possono dare i fotografi sportivi. Loro vivono di anticipi. Se così non fosse non potrebbero riuscire ad immortalare un gol, un bel colpo di testa, uno splendido passaggio durante un rally e via discorrendo. Viene da sé che l’esperienza aiuta.

Tuttavia se questo fiuto non fa parte di noi non riusciremo mai, neppure con l’esperienza di una vita, a portare a casa certe scatti. E qui si torna ad un discorso precedente. Al fiuto si affianca la sensibilità personale, la predisposizione a certe situazioni.

Posso sbagliare, ma al momento non mi sembra di aver mai letto di master in fiuto giornalistico. Al più ci sono specializzazioni sulla confezione di un servizio, ma questo non dà la certezza di riuscire a coprirlo nel migliore dei modi. Anche per questo foto giornalismo per molti, ma non per tutti.

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