La fotografia del no! di Aldo Bonasia

Uno dei fotografi sociali italiani più dimenticati. Ovvero; quando si vorrebbe scrivere qualcosa su un autore che si ammira ma c’è chi lo ha già fatto in maniera egregia

“La fotografia randagia di Aldo Bonasia nasce per non morire mai, nelle lotte sociali degli anni Settanta. Storici, critici, galleristi, operatori culturali… per oltre trent’anni non hanno tenuto in grande considerazione uno tra i più importanti autori italiani della fotografia impegnata….

Ando Gilardi, Giovanna Calvenzi. Roby Schirer, in una preziosa mostra alla Galleria Bel Vedere di Milano (e il relativo catalogo, Aldo Bonasia – Anni Settanta, Electa, Milano 2009, con il contributo grafico di Maurizio Rebuzzini) ne rendono conoscenza, restituiscono all’oblio imposto dagli armigeri del settore sulla fotografia di Bonasia, il dovuto splendore culturale e politico.

L’arte della fotografia (anche di Bonasia) sfugge al mondo della merce quando entra nel desiderio libertario in forma di resistenza… rifiuta le immagini spettacolari, i simulacri, i feticci dell’ordine costituito e non appare mai là dove il circo delle apparenze soffoca e uccide il canto delle idee di amore e libertà tra le genti.

Non c’è messa in scena, né autocelebrazione. né autocompiacimento nelle fotografie del no! di Bonasia, ma un istinto agonistico di giustizia che si oppone agli atti, alle azioni, ai privilegi che caratterizzano le violenze e le lacrime di un’epoca.

Aldo Bonasia (1949-1995) lascia presto la fotografia di moda e si butta nel reportage sociale, A poco più di ventitrè anni fonda l’agenzia DFP (Documents for Press) e raccoglie intorno a sé testimoni della fotografia civile di quegli anni (tra i quali vogliamo ricordare, su scalature diverse, Tano D’Amico, Paola Agosti, Dino Fracchia, Roby Schirer, Giovanna Calvenzi, Gabriele Basilico, Marcella Bonaria…).

I libri Vivere a Milano (con Nanni Balestrini, 1976) e L’Io in divisa. Immagini per un’analisi sociale (1978) non lo rendono celebre ma lo fanno conoscere a chi di fotografia mastica…. si tratta di fotografie indimenticabili, per coraggio e compiutezza formale.

Raccontano le cariche della polizia, le molotov dei manifestanti, le rivendicazioni operaie di quegli ‘anni di piombo”,… il fotografo è immerso nelle situazioni che fissa con la fotocamera e la forza della sua fotografia raccoglie avvenimenti scottanti e pagine delittuose di storia italiana.

L’arma della sua fotografia si trasforma in critica della politica che si oppone alla cultura dell’ostaggio e non aderisce al negativo che la abita. Lavora contro un’estetica della stupidità, per cogliere un’etica della vita politica in lotta per un’umanità migliore.

Si lascia attrarre dalla fascinazione estrema dei desideri e dei piaceri, e quando si avvicina a fotografare l’universo ammaccato della droga, dell’autoemarginazione, della caduta, ne rimane coinvolto… perderà tutto, anche la fotografia, anche l’amore, anche la vita… e si chiamerà fuori dal dolore di vivere, dandosi una morte annunciata”.

Testo tratto da “La fotografia in rivolta” di Pino Bertelli

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