La ‘regola’ del sorriso di Terzani funziona sempre

Ovvero: come approcciarsi in maniera serena a qualcuno nello svolgimento di un reportage/servizio

Come diceva Terzani “sorridere salva la vita”. A lui successe davvero. Ancora, un sorriso apre più porte di quello che si possa credere. E forse, mai come ora, questa affermazione diventa vera, quasi tangibile. Nel mestiere di reporter, come in qualsiasi lavoro in cui si ha a che fare con le persone, ancora di più.

Tante volte la cosa più difficile, sia per fotografi navigati sia per novizi, è avvicinarsi ad un estraneo e chiedergli il permesso di poterlo fotografare o di poterlo seguire in una determinata azione. E non è una questione di capacità o meno.

Mettiamoci per un attimo nei panni di chi sta dall’altra parte. Se qualcuno arrivasse da noi e ci chiedesse se può fotografarci, che reazione avremmo? E se lo facesse con la faccia seria? Credo che ben pochi sarebbero disposti a starlo a sentire e ancor meno concedergli la possibilità di scattare.

Ma se, avvicinandosi, il nostro interlocutore sorridesse le cose sarebbero molto più facili. Almeno sapremmo che non si tratta di una minaccia. Al più lo si starebbe a sentire e poi si direbbe comunque di no, ma in maniera educata, anche se non sempre.

Ai miei tempi, quando ho iniziato questo percorso, esistevano dei servizi chiamati ‘testinaggi’. Il redattore di turno sceglieva un argomento e tu dovevi andare ad intervistare e fotografare un preciso numero di persone affinchè il servizio fosse completo.

Era un trattamento tante volte riservato ai novellini che dovevano farsi le ossa e capire, appunto, come approcciarsi alle persone. Non era facile. All’inizio era un incubo per tutti. Magari si passavano in giro ore concludendo poco o nulla. Pur nella posizione di intervistatore, che in qualche maniera giustificava l’importunio, era difficile avvicinarsi a chi non conoscevi.

Se poi si aggiungeva il fatto che l’incertezza era scritta in faccia su un viso serio e un po’ preoccupato, il gioco era fatto. Nessuno ti stava a sentire. Con l’andar del tempo e centinaia di no, perché era questo il numero, si aprì uno spiraglio.

E questo grazie agli intervistati stessi. Quando imbroccavi l’atteggiamento giusto, alla fine di quella che si trasformava inevitabilmente in una chiacchierata, tante persone salutavano con un gran sorriso. E questo ti faceva capire che era una risposta al tuo di sorriso. Una magia.

Svelato l’arcano i giochi si sono fatti molto più semplici. Anche i no hanno fatto meno male. Soprattutto per racimolare dieci testimonianze erano sufficienti poche ore e non giornate intere. Oggi, anche se i testinaggi non ci sono più o si sono ridotti, l’atteggiamento da tenere non è cambiato. Anzi.

Oggi è diventato ancora più importante sorridere. Tanto più che dietro la mascherina non si vede, quini il sorriso non può essere finto. Se non sorridono gli occhi non c’è nulla da fare. E questi occhi sorridenti mettono inevitabilmente a proprio agio chi sta di fronte.

E funziona su tutto, dal chiedere una semplice informazione al richiedere un pare su un preciso argomento. Se, come si legge da più parti, il visrus ha fatto emergere la solidarietà e l’umanità assopita, vedere un sorriso dovrebbe essere ancor più il passaporto per un viaggio, per quanto superficiale e fugace, all’interno del mondo di un’altra persona.

Viaggi che sono sempre un bel scoprire, anche se le opinioni non sono condivise, ma questo non lo si deve dire.

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