Il modo migliore di tornare a casa in un reportage è… perdersi

L’approccio logistico nello svolgimento di un reportage

Per la realizzazione di un reportage la prima cosa da fare è pianificare e studiare. Pianificare che tipo di lavoro si andrà a svolgere e studiare il luogo, le persone, la città con cui si andrà ad interagire.

Chiunque abbia svolto anche un solo reportage nella sua vita, o sia semplicemente andato in vacanza in una città che non conosceva, può dirvi che tra lo studio e la realtà spesse volte c’è un abisso. Posso studiare tutto di una città o di una nazione prima di recarmici, ma una volta sul campo posso stare certo che molti dei miei punti fermi verranno ribaltati se non del tutto cancellati.

Quindi, come risolvere questo gap? Per quanto mi riguarda il primo approccio con un nuovo luogo è sempre di tipo logistico. Posso sapere tutto di una città ma se non la vivo la mia conoscenza vale meno di zero. E il metodo migliore per me per dimenticare ciò che ho studiato e iniziare a conoscere ciò che c’è è perdermi.

Perdermi nel vero senso della parola. Girare a caso senza una guida, senza una meta e come riferimento solo il posto in cui dormo. È l’unica maniera che mi permette di iniziare ad orientarmi, capire come funzionano le strade e le persone. Sapere se i cittadini sono disponibili, se sono reticenti con gli stranieri, se aperti o chiusi verso gli altri e tra di loro.

L’unica maniera di scoprire strade e vicoli che sulle guide studiate non erano presenti e di venire a conoscenza di racconti e leggende. Perdermi dà la possibilità di girare con la mente completamente libera.

Non si cerca nulla, non ci sono aspettative, tutto è nuovo e stupefacente. Perdersi consente di trovare situazioni o contesti inattesi e magari più interessanti di quanto pianificato.

Avendo poi la possibilità di rimanere in quella località per più giorni, si potrà anche tornare in quei luoghi con una sicurezza e una padronanza di movimento diversa.

Magari non si chiederanno informazioni perché la città avrà iniziato ad entrare in noi, ad essere meno estranea, familiare quasi.

E questo porta su una linea di confine molto sottile che è quella tra il muoversi in contesti conosciuti ma con gli occhi di chi arriva per la prima volta.

Conosco bene le facciate, mi sono fatto dei punti di riferimento che mi hanno permesso di tornare, ma ancora non conosco bene chi vive dentro quelle case.

Mi sono in ogni caso liberato da un peso e mi posso concentrare sull’essenza di ciò che voglio fare.

Se il mio interesse è sociale e voglio raccontare storie che narrino la cultura e la vita del luogo, posso farlo senza più pensare a dove andare. S

e chiedo di un determinato quartiere saprò, a grandi linee, capire le indicazioni che mi verranno fornite.

È anche un modo per iniziare a diventare invisibile agli occhi dei cittadini che si abituano alla presenza, che come si lasciano conoscere conoscono, che come si sentono rivolgere domande ne fanno a loro volta.

È il modo e il momento per cominciare a creare un legame. Lo scatto è l’ultima parte di un processo che dura mesi prima di partire e diversi giorni, se non settimane una volta arrivati.

La maggior parte delle volte non si arriva in loco per un lavoro e si inizia a scattare immediatamente (dipende dal tipo di lavoro e dagli accordi con il committente e con i contatti locali). Prima di alzare la macchina e scattare devono trascorrere diversi giorni.

Quando poi inevitabilmente accadrà, sarà tutto naturale, immediato, necessario quasi. Il servizio mordi e fuggi non è che non esita. Può anche esserci ma non è un servizio che racconta in modo approfondito. Può essere un servizio che vuole semplicemente far vedere un luogo, le sue bellezze immediate e qualche curiosità.

Non è certo un reportage. Ciò non toglie che anche in questo caso perdersi è il modo migliore per far si di trovare e immortalare situazioni e soggetti che emozionano fotografo e osservatori.

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