Non guida: la necessità del fotogiornalismo

Come nella società di oggi sono necessari servizi fotogiornalistici per poter comprendere la realtà

Oggi si sente parlare sempre più spesso della morte del fotogiornalismo, della crisi del settore, del cambio di direzione del mestiere di fotografo e fotogiornalista. Al di là di qualsiasi considerazione mai come oggi, invece, il fotogiornalismo è importante e fondamentale per l’informazione.

Andiamo a capire. Attualmente tutto gira a folle velocità. Le informazioni arrivano da una parte all’altra del mondo nel giro di pochi secondi. Cade un ponte in Giappone, dopo 5 secondi ecco le immagini in rete. Incidente in California? Articolo e foto dopo 3 secondi. Collegamenti video immediati, dirette sui social da parte degli utenti, dei media, dei nonni e dei semplici curiosi. Eppure in questo marasma manca una cosa.

Manca il comprendere, manca quello che una volta veniva chiamato approfondimento. Ciò avviene non solo per notizie eclatanti e distanti da noi. Avviene anche nel locale. Un tempo i giornali locali erano pieni di interviste. Oggi sono pieni di notizie. È in questo gap tra notizie e informazione che il fotogiornalismo si inserisce.

Un servizio, un reportage fotografico offre la possibilità di rallentare e di andare oltre ciò che è accaduto capendone i perché. Questo perché è la stessa tipologia di lavoro che lo richiede. Per poter fotografare tizio o caio, per far capire come è accaduto un avvenimento, e non solo le sue conseguenze, ho bisogno di tempo. Lo stesso tempo che poi verrà riflesso nel servizio finito. Ma non solo.

La velocità di informazione tende a standardizzare anche la tipologia di notizie. Se quello che attira sono i gattini che rincorrono una luce, tutti i giornali saranno impegnati a pubblicare quella ‘notizia’ per non rimanere indietro e per non perdere visualizzazioni. È questo lo scopo del giornalismo? Non perdere visualizzazioni? O piuttosto far raccontare ciò che avviene anche se non piace.

Questo è un altro aspetto dell’importanza del fotogriornalismo. Nel momento in cui le persone non vogliono vedere l’altra faccia delle nostra società è il momento in cui si deve insistere per fargliela vedere e fargli capire che è l’insieme che conta. Questo non per evidenziare sempre e solo il negativo. Anzi.

Questo perché il negativo possa essere corretto e trasformato in positivo. La domanda a questo punto potrebbe essere; si, ma siccome vivo di lettori, se la maggioranza vuole leggere favole, io non posso dargli incubi. Non avrei più nessuno che mi segue. Dissento. Non è così. Una strada che mostra tutta la realtà non farà altro che effettuare una selezione naturale della tipologia di lettore che segue i giornali.

Se sono un lettore che vuole le belle favole seguirò giornali che vanno in quella direzione. Se invece voglio vede anche il lato oscuro, ne seguirò altri e così via. Come dicono Daniele Nalbone e Alberto Puliafito in Slow Journalism, oggi è il lettore al centro. È con il lettore che ci si deve confrontare. È al lettore che si deve dare la maggiore attenzione, non alla pubblicità o all’inserzionista.

Una via alternativa a ciò esiste. Certo, dicono i due autori, non è facile ma è sicuramente praticabile. E la differenza la fa la qualità e l’onestà di quello che si propone. Basta con notizie acchiappaclick o la vita collegati perennemente a google analitycs per monitorare costantemente il flusso di visite. Quello che conta è riuscire ad offrire un servizio, non è più il caso di chiamarlo prodotto, di qualità. Sarà lo stesso lettore a premiare o meno quello che legge.

La perdita di abitudine a leggere e, forse soprattutto, vedere pubblicati servizi di approfondimento, ha fatto si che i lettori sentissero trattati da stupidi. Il popolo che si informa non è uniforme. È piuttosto eterogeneo e in quanto tale deve avere di fronte molteplici possibilità. La volontà di abbassare l’asticella del livello di cultura, in senso lato, e della volontà di essere informati, non attecchisce perché non tutti desiderano leggere solo i titoli.

Esiste quindi, anche se silenzioso, una buona fetta di persone che leggono desiderose di avere di fronte informazione fatta a dovere. In un certo senso è un po’ un ritorno al passato ma con attrezzatura e atteggiamento moderno. La stessa corsa per arrivare prima degli altri perde di senso di fronte ad un vero scoop emerso da un servizio di inchiesta durata magari dei mesi per essere portata a termine.

La velocità di informazione sta assumendo sempre più spesso la qualifica di scusa per poter giustificare la mancanza di contenuto. Come tutte le nuove strade, dopo una partenza affollata e caotica, si va delineando una nuova necessità di tangibilità, di conoscenze oltre la notizia ad effetto.

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