La fotografia è un lungo blues

Non si può scattare ciò che non si porta dentro, come non si può scrivere un blues se non lo si è vissuto

Esiste un modo per definire la fotografia? Che cos’è? Un’arte? Uno sfogo? Un modo per raccontare la realtà? La ricerca di risposte che non arriveranno mai? Semplice ricerca del bello? O ricerca della verità? O della verità attraverso il bello? Esiste vera fotografia e falsa fotografia? La fotografia concettuale è fotografia o solo un esercizio stilistico? Tutte domande, e moltissime altre ce ne sono, cui è difficile dare una risposta.

Soprattutto una risposta che possa essere onnicomprensiva o abbastanza esauriente. Eppure una via c’è. Perlomeno si può provare a tracciarne dei contorni, dei margini che ne delineino i lineamenti, per quanto grossolanamente. È una via sterrata, polverosa, con sparuti alberi qua e là ad interrompere un orizzonte diversamente sempre uguale a se stesso.

È una via poco illuminata e piena di crocicchi, di bar solo per coloured che puzzano di wiskye e sudore, pelle bruciata dal sole, vestiti inzuppati dalla pioggia. Locali in cui risuonano gli schiaffi di compagni poco lucidi sui volti di donne coriacee, mamme e mogli apparentemente inossidabili. Sono strade i cui selciati sono stati bagnati dalle lacrime di uomini andati in frantumi per la centesima volta.

Oggi non sono le ferite delle frustate a bruciare, sono le parole di addio, l’ultimo o l’ennesimo, della donna che amano. Sono strade calde, umide, dove riecheggiano note ora strazianti ora di ribellione e autodeterminazione. Non sono mai note esterne, provenienti da chi è solo di passaggio attraverso quei dolori. Sono melodie maledette che si attaccano addosso come una malattia carica di insonnia, di incubi e deliri.

Nottate in bianco innaffiate di alcol e ritmate dal rumore di quella maledetta finestra che non si chiude lasciando passare zanzare e voci dal buio assieme agli incubi. Sono serpenti sdraiati in agguato tra l’erba alta che accompagnano fino alla città più vicina. O in fuga o alla ricerca di una possibilità diversa. E anche qui sono vie che non ti abbandonano mai.

Hanno scavato carreggiate nell’anima difficilmente cancellabili. Hanno innestato un pilota automatico che conduce ad esplorare situazioni analoghe a quelle abbandonate. Che fa incrociare sguardi con espressioni ben conosciute. Allo stesso tempo, non riesce a mettere in guardia verso i nuovi pericoli che in quanto tali sono sconosciuti. E quindi, è di nuovo paura e dolore e fregature e alcol e guai. Una sola cosa non cambia, la capacità di rialzarsi, di continuare a combattere e perire sul campo con un colpo in pieno petto e non alle spalle. Queste sono le strade della fotografia, strade blues.

Come nel film di Walter Hill, Crossroads (arrivato in Italia con il titolo di Mississipi Adventure) del 1986, il protagonista prima di potersi definire un uomo di blues deve vivere il blues sulla propria pelle, lo stesso potrebbe essere in fotografia. Non si possono fotografare nella maniera corretta la sofferenza e le ingiustizie se in un certo qual modo non si ha mai sofferto in vita propria o non si ha una predisposizione, una idiosincrasia epidermica contro ogni sopruso.

Come può un fotografo raccontare una storia per cui non sente empatia? Ugualmente un bluesman non può cantare qualcosa di cui non conosce le radici. Ovviamente non si sta dicendo che non si può fotografare la lebbra senza mai averla presa. Non è certo questo il senso del discorso. Certo è che se sono sempre stato in salute mi viene difficile riuscire a decifrare la sofferenza altrui. Il rischio è quello di spettacolarizzare la situazione.

Sperimentare la sofferenza non solo nel senso stretto del termine ma in senso lato, non solo fisico. Soffrire per qualcosa che si è vissuto e visto. Aver condiviso e capito lo stato dell’anima altrui. Aver ricevuto il classico pugno nello stomaco che mette alla prova i nostri limiti, che ci dice, va bene, puoi continuare, oppure, lascia stare. Non si può fotografare niente e nessuno senza essere, come si suol dire, sulla stessa lunghezza d’onda.

Le prime volte scattare situazioni ‘particolari’ non è semplice. Il disagio, la distanza che inevitabilmente si pone per non essere travolti dal mare si dolore che spesso arriva, il non sapere esattamente come comportarsi, cosa dire. La paura di aver invaso uno spazio fatto di cristallo tanto è fragile e quindi di romperlo o non prestargli la giusta attenzione, atterrisce, blocca quasi.

Eppure non ci si può fermare. Si è in quel posto e in quel momento con uno scopo, che non è esclusivamente portare a casa un lavoro per essere pagati, se no è anche inutile partire. No. Lo scopo è vivere quella situazione per poterne raccontare. Quindi non si può fare altro che lasciar filtrare il male, viverlo con la consapevolezza che è il solo modo che si ha per dare una mano al o ai soggetti.

È il solo modo per scrivere un blues come si deve, ossia emozionante, intenso, vero. Un blues che non ci importa se avrà o meno successo perché noi c’eravamo, lo abbiamo vissuto e ne portiamo ancora i segni sulla pelle e sull’anima. Un blues che speriamo solo colpisca nel modo migliore.

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