Diane Arbus, un esempio oltre le immagini

ovvero: come la sensibilità del fotografo influenza il suo lavoro

Siamo noi a scegliere in che direzione volgere il nostro obiettivo o è la fotografia che ci guida? ‘Credevo di essere portato per il paesaggismo, poi mi sono trovato a fotografare una manifestazione di protesta e ho capito che quello era il mio ambito’.

A quanti è accaduto? La reazione? Delusione oppure felicità per aver finalmente trovato la propria strada?. Deve essere questo, in qualche modo, ciò che è accaduto a Diane Arbus quando ha ‘scoperto’ il mondo dei freaks. Se oggi la diversità non è osteggiata, anche se non dovunque, e le differenze sono meno forti, ai tempi della Arbus essere diversi era davvero un problema.

E lei si è trovata ad essere da fotografa di moda a colei che ha documentato negli anni un mondo ‘estraneo’, antitetico quasi a ciò cui era abituata. Non è stata la prima ma forse è stata tra i pochi ad aver dato dignità umana ai soggetti. La sensibilità della Arbus è riuscita, attraverso un paziente lavoro di approfondimento soprattutto dei rapporti umani avviati con le persone fotgografate, ad andare oltre l’involucro per riscoprire uomini e donne.

La sua è stata una fotografia controcorrente, fastidiosa, disturbante (durante una mostra al MOMA del 1965 con simili immagini numerosi sono stati i visitatori che hanno sputato sulle stampe) rivoluzionaria. È riuscita cioè in qualche modo a scuotere le coscienze. Insomma è stata fotografia ‘vera’, reale libera dalla prospettiva voyeristica o della spettacolarizzazione del diverso.

La Arbus è riuscita a creare la giusta sintesi tra quello che un fotografo dovrebbe essere e l’utilizzo dei media per conoscenza da parte dei più di un mondo altro da quello conosciuto. Pur vero che se non avesse avuto conoscenze ‘giuste’ non ci sarebbe riuscita forse. Resto comunque il fatto.

The Vertical Journey, sei foto pubblicate nel 1960 sulla rivista Esquire. A questo segue nel 1961 The full circle su Harper’s Bazaar. I suoi soggetti rappresentano una scelta così inconsueta che vengono pubblicati solo grazie all’insistenza di Marvin Israel, suo caro amico che all’epoca è appena diventato art director per la rivista. Pare infatti che Nancy White, redattore capo di Harper’s Bazaar, fosse contraria alla pubblicazione. In effetti il risultato immediato fu qualche disdetta dell’abbonamento alla rivista. Va notato come entrambi i titoli siano anche raffinate citazioni di letteratura. The vertical Journey del viaggio di Alice nel paese delle meraviglie, e The full circle di Shakespeare (Il cerchio completo. Chi è colui che mi può dir chi sono?). (fonte: Wichipedia)

Questo suo prediligere soggetti ‘diversi’ le costò il soprannome di ‘fotografa dei mostri’, nomignolo, se così lo si vuol chiamare, che la Arbus non ha mai ben sopportato. Quello che colpisce maggiormente delle sue immagini è la naturalezza dei soggetti ritratti. Potrà sembrare banale ma a ben vedere è tutt’altro. Si pensi alle persone ritratte dalla Arbus che magari per lavoro si esibivano come ‘attrazioni’ all’Hubert’s Museum, una sorta di circo di freaks.

Presentare la propria diversità come fenomeno d’attrazione non deve essere facile. Farsi fotografare deve essere stato ancora più difficile se non fosse stato per la sensibilità della fotografa e per il rapporto instauratosi. Arbus non ha immortalato dei mostri o dei ‘diversi’. No, lei ha fotografato degli amici. È per questo che le immagini non risultano cartoline di mostri ma la documentazione di una vita per quanto non ortodossa potesse essere.

Ancora una volta la fotografia si trasmuta in corpo fisico e raccontando storie senza intermediari se non l’obiettivo. La grandezza di Diane Arbus è si nelle sue immagini ma ancor di più nel suo modo di essere e di fare, nel suo modo di affrontare i rapporti umani. È questo che deve essere di esempio sopra ogni altra cosa. Una dimostrazione che essere e fare i fotografi al di là delle convenzioni di mercato e sociali è possibile anche in tempi moderni.

Diane Arbus muore suicida il 26 luglio 1971. Le sue gesta o, quantomeno, la sua propensione per personaggi particolari sono state raccontate nel film Fur – Un ritratto immaginario di Diane Arbus , di Steven Shainberg del 2006. Pellicola ancor più godibile se si conosce la storia della Arbus.

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