Un punto di vista

Bussola personale nel mondo della fotografia di oggi

Il presente vuole essere un testo introduttivo per un nuovo corso del sito. Direzione che vedrà al centro sempre le immagini ma in modo più ampio e, soprattutto, condiviso a livello più intimo, considerando che il soggetto più importante di un lavoro, oltre al protagonista, è colui che fruirà del lavoro medesimo, il lettore.

Non saranno presentate ricette, ma solo punti di vista che, in quanto tali, possono essere non condivisibili. In base a ciò la speranza migliore è avere un confronto costruttivo con chiunque voglia esprimere il proprio punti di vista.

Settore in crisi, tutti fotografi, avere una reflex (o una mirrorless pro) non equivale ad essere professionisti e via discorrendo. Questo sono alcune delle frasi che maggiormente i professionisti della fotografia mettono in campo. E ci stanno, sono corrette, sacrosante e vere.

A questo poi si va ad aggiungere un mercato, se non saturo, sicuramente diverso e orientato su altri lidi. Quindi? Come comportarsi? In questo scritto non ci sono riposte, ma solo considerazioni dettate dall’esperienza, dal vissuto personale e da un pizzico di ‘follia, ossia dalla voglia di non lasciare un lavoro che dura da quasi due decenni.

Orientarsi in questo marasma è possibile? Certo, è possibile. Non è cosa semplice ma ce la si può fare. Cosa dicono le indicazioni della bussola (strumento che funziona sempre a livello personale e non oggettivo)? Dicono qualità, il che non equivale a foto ‘belle’ in senso estetico ma funzionali da un punto di vista narrativo.

Ma ancor prima delle immagini, quindi dell’aspetto pratico, la bussola urla: avere qualcosa da dire, da raccontare. Le foto belle, magnifiche, meravigliose che si vedono un po’ ovunque, mancano di questo dettaglio, non parlano, non raccontano. Ed è questa, spesse volte, la maggiore discriminante in un mestiere che avrà anche cambiato i mezzi ma non ha mutato la sostanza.

Il raccontare storie, appunto. Ed è la differenza tra i professionisti e gli amatori. Il professionista se cerca la ‘foto perfetta’ la ricerca non nel senso tecnico del termine ma nel senso narrativo. Ossia un’immagine all’interno della quale ci sia una intera storia. Una foto che al solo osservarla si capisca tutto quello che l’autore ha voluto esprimere. Perché le foto dei grandi, non di tutti i grandi sia chiaro, sono senza tempo? Perché non smettono di narrare.

Soprattutto, ed è questo lo scopo della narrazione prima ancora che dell’arte, riescono sempre ad emozionare. Se un’immagine non emoziona intimamente, vuol dire che è una immagine che non funziona. Ed emozionare vuol dire far esclamare ‘wow’ sia per la meraviglia che per lo schifo, sia per la commozione che per la paura e la vergogna che determinate cose possano ancora accadere. Oggi il ‘gioco’ della fotografia si svolge su regole diverse, più intime.

Se prima si era al sicuro perché le immagini potevano parlare al posto dell’autore, oggi è lo stesso autore che deve raccontare se stesso per poter meglio far comprendere le proprie immagini. Se non so che tizio ha lavorato sempre in un determinato settore, ha avuto determinate influenze, ha anche altri talenti, non riuscirò mai a capire perché abbia scattato quella certa immagine in quel modo.

Idem per servizi che comprendono quelle foto. Se non conosco l’autore, non capirò mai perché abbia svolto un determinato reportage. Viene da sé che non parla di conoscenza fisica ma intellettuale così come viene da sé che va suddiviso l’ambito cronachistico dal fotogiornalismo. Se prima era la testata su cui si pubblicava a dare legittimità ad un lavoro, ad un nome, oggi sono gli stessi servizi a farlo.

Ma non come semplice risultato quanto traguardo di un percorso. Perché oggi molti fotografi professionisti si sono dati al workshop? Per mettere a disposizioni preparazione ed esperienza in un mondo che vede solo la fine del percorso e non la strada superata per raggiungere il risultato.

Il fatto che molti di questi corsi siano pieni dimostra il limite di cui sopra. Mancanza di forza narrativa e anche a livello di foto matrimoniali.

Ricapitolando: da quello che è il risultato dell’osservazione da parte di chi fa il reporter/fotografo da quasi 20 anni, una possibile via d’uscita dall’attuale empasse è mettere ancora più a frutto l’esperienza e la qualità del proprio operato con un occhio di riguardo al mercato di riferimento e alle modalità di promozione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *